Autunno

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.

(“Lavandare”, poesia di Giovanni Pascoli)

In autunno, il paesaggio della campagna si trasforma nuovamente. I mesi di settembre e ottobre, fino all’estate di San Martino (11 novembre), sono cruciali per dare continuità all’attività agricola: si affida alla terra la semente che darà il raccolto dell’anno a venire!

Appena raccolto il grano, prima che la terra si secchi, la terra viene solcata dall’aratro e dissodata. La collezione presenta vari esempi di aratri a traino animale. L’aratro si compone di più parti: il coltro, che taglia la terra in verticale, il vomere, che la taglia in orizzontale, e il versoio che capovolge la zolla e la rompe.
Il sole d’agosto “cuoce” le zolle e ristruttura la terra, che in autunno verrà raffinata per accogliere i semi.
Un adagio tradizionale romagnolo ricorda il medievale “indovinello veronese”, che associa alla semina l’operazione della scrittura:

Tera bianca, sment negra
Zenc somna, du arbega

Nella collezione, è possibile trovare alcune seminatrici, anche a traino umano, utilizzate per la semina di frumento, frumentone (mais) e barbabietole.

E poi l’autunno era la stagione della vendemmia: San Michele (29 settembre) per molti, in Romagna, segnava l’avvio della raccolta dell’uva. Per molte culture, la vendemmia rappresenta un momento rituale, di condivisione e incontro, oltre che di partecipazione di quasi tutta la comunità contadina.

Durante la vendemmia, l’uva viene staccata dai tralci con roncole e forbici, deposta in cesti, poi svuotati nei bigonci o nelle navazze: in Emilia l’uva era trasportata “intera” nella navaccia, mentre in Romagna era pigiata in campo, coi piedi o con la pistarola, nei bigonci poi svuotati nella “castellata” (una botte da viaggio) per il trasferimento in cantina. La pigiatura era spesso demandata a donne e bambini: il concetto di pigiatura soffice, come si vede, viene dalla tradizione!

L’uva pigiata viene poi trasferita nei tini, dove resta a “bollire” (fermentare) per una decina di giorni per poi procedere alla svinatura, ovvero alla separazione del mosto-vino dalle parti solide (fecce e vinacce). Poi, messo il vino in botte, inizia il rituale dei travasi, per eliminare via via fecce sempre più fini e illimpidirlo.

D’ int a lazzer, ch’u s’inrusess la pampna,
e pend i grëp, che, a monzi, i bota e’ ven:
tarbian, sansvzes, cagnina e bionda albana
che i met adoss passion d’amor e ‘d ben

(Libero Ercolani)